Ero un ragazzo ambizioso, sportivo, lavoratore. Avevo sogni, progetti e forse quella convinzione inconsapevole che ci sarebbe stato sempre tempo.
Nel 2017 ho perso un figlio: un dolore enorme, che ho tenuto nascosto senza mai viverlo davvero. Un anno dopo, a 38 anni, ho avuto un infarto. I medici parlarono di stress; io, dentro di me, l’ho sempre chiamato crepacuore.
Da quel momento la paura è entrata nella mia vita. Ho smesso di fare sport, ho ridimensionato il mio lavoro e ho iniziato a convivere con il timore di non farcela. Guardandomi indietro, tuttavia, ho visto anche quanti sogni avevo chiuso in un cassetto e quante volte la paura di sbagliare mi aveva impedito di essere il Cristian che avrei voluto.
Il percorso di crescita personale mi ha fatto comprendere qualcosa che ha cambiato la mia direzione: se volevo riprendermi la mia vita, dovevo partire da me. Ho capito che dovevo smettere di cercare colpe, assumermi la responsabilità delle mie scelte e cercare una strada anche quando sembrava non esserci.
La vita mi aveva detto “non puoi” più di una volta.
Non potevo essere padre biologicamente. Oggi sono padre di due figli che non sono biologicamente miei e ho scoperto che essere padre non significa soltanto dare la vita a qualcuno, ma scegliere ogni giorno di esserci nella sua vita.
Non potevo più praticare sport agonistico in Italia, così ho trovato un’altra strada. Sono tornato ad allenarmi rispettando il mio cuore, fino a correre e concludere la Maratona di New York e non solo.
Oggi sono padre, maratoneta, imprenditore con tre aziende in ambiti diversi e coach. Tuttavia, non considero questi traguardi dei trofei, bensì la dimostrazione di ciò che ho imparato: non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade, ma possiamo scegliere cosa farne.
La mia missione è accompagnare chi si sente perso a ritrovare la propria strada, perché possa guardare la propria vita e dire: “Che bella vita che sto vivendo.”