Per molti anni ho creduto che essere forte significasse semplicemente andare avanti, qualunque cosa accadesse. Sono cresciuta in un contesto familiare complesso, dove tensioni, emozioni difficili e instabilità facevano parte della quotidianità; da bambina ho imparato presto ad osservare ciò che accadeva intorno a me, ad adattarmi e a cercare il mio spazio senza fare troppo rumore.
Durante l’adolescenza, la perdita improvvisa di mia madre ha cambiato radicalmente la mia vita. Mi sono ritrovata ad attraversare un dolore per il quale, a quell’età, non avevo parole né strumenti: mi sentivo persa, svuotata e facevo fatica a immaginare un futuro davanti a me.
Ho una sorella molto più piccola e, fin dalla sua nascita, ho sentito una forte responsabilità nei suoi confronti. Dopo la scomparsa di mia madre quel senso di responsabilità è diventato ancora più intenso e, quasi senza rendermene conto, ho iniziato ad assumere per lei un ruolo di riferimento, proprio mentre io stessa avrei avuto bisogno di qualcuno a cui affidarmi.
Allo stesso tempo, il rapporto con mio padre era profondamente conflittuale: lo incolpavo per tutto ciò che era successo e, invece di sentirmi sostenuta da lui, vivevo la nostra relazione come un’ulteriore fonte di dolore, rabbia e solitudine. In quel contesto ho iniziato a costruire la parte di me capace di cavarsela da sola, diventare autonoma e non chiedere mai troppo. Tuttavia, andare avanti non significa necessariamente stare bene.
Il dolore che non riuscivo a comprendere e trasformare è rimasto dentro di me per moltissimi anni, diventando una sofferenza che mi portava più a sopravvivere che a vivere davvero. Senza che ne fossi pienamente consapevole, ha influenzato il modo in cui guardavo me stessa, l’amore, le relazioni, la fiducia e le mie scelte. Cercavo fuori da me ciò che non riuscivo a trovare dentro: sicurezza, conferme, la sensazione di essere scelta e finalmente al sicuro. Nelle relazioni mi sono adattata molto, mettendo spesso i bisogni degli altri davanti ai miei e arrivando, pur di non perdere qualcuno, a perdere parti di me.
Anche professionalmente ho cercato a lungo una direzione che sentissi davvero mia. Mi sono trasferita in un’altra città, ho studiato, lavorato in ambiti diversi, viaggiato e cambiato più volte strada. Ogni esperienza mi lasciava qualcosa, ma dentro continuavo a sentire che non avevo ancora trovato ciò che stavo cercando, finché ho compreso che non avevo bisogno semplicemente di un altro lavoro, di un’altra relazione o di un’altra direzione: avevo bisogno di incontrare me stessa.
Da lì sono nate le domande che hanno cambiato il mio modo di guardare la vita: Chi sono davvero? Cosa voglio io? Di cosa ho bisogno? Perché alcune dinamiche continuano a ripetersi? Quanto delle mie scelte nasce dai miei desideri e quanto dalle mie paure?
È iniziato così il viaggio più importante della mia vita. Attraverso percorsi di crescita personale ho imparato a comprendere la mia storia in modo diverso, a riconoscere le emozioni trattenute per anni, i bisogni messi da parte, le convinzioni e gli schemi che condizionavano il mio presente. Ho imparato ad ascoltarmi, a mettere confini, a dire dei no, a riconoscere il mio valore e a distinguere ciò che desidero davvero da ciò che facevo per paura di perdere, deludere o non essere accettata.
In questo percorso ho incontrato il coaching e, successivamente, una dimensione più spirituale della crescita personale. Poco alla volta è cambiato persino il modo in cui guardavo alle esperienze più dolorose del passato: se per molto tempo mi ero chiesta “Perché è successo proprio a me?”, ho iniziato infine a chiedermi “Che significato posso dare oggi a ciò che ho vissuto?”.
Questo non ha cancellato il dolore, né ha reso giusto ciò che è accaduto; ha trasformato, però, il rapporto che avevo con la mia storia. Ho compreso che ciò che viviamo può lasciare ferite profonde, ma non deve continuare a guidare le nostre scelte. Possiamo dare un nuovo significato a ciò che abbiamo vissuto e scegliere, con maggiore consapevolezza, quale direzione dare alla nostra vita.
La sofferenza che mi aveva accompagnata si è così trasformata in consapevolezza, sensibilità, forza e desiderio di creare qualcosa di diverso. Il coaching è diventato molto più di una professione: è diventato una missione.
Oggi metto ciò che ho vissuto, imparato e trasformato al servizio soprattutto delle donne che si sentono perse, bloccate o lontane da sé. Donne che hanno attraversato perdite, cambiamenti o relazioni difficili e che hanno imparato ad adattarsi così tanto da perdere, poco alla volta, il contatto con la propria voce.
Conosco bene quella sensazione: so cosa significa andare avanti mentre dentro senti di esserti persa. Ma conosco anche la possibilità che esiste dall’altra parte di quella sofferenza: la possibilità di ritrovarsi, tornare ad ascoltare ciò che sentiamo, riconoscere i nostri desideri e scegliere diversamente.
La nostra storia può averci segnato profondamente senza dover diventare il confine della nostra vita. Anche dopo i periodi più bui può tornare la luce: non una luce che cancella il passato, ma una luce nuova, che nasce dalla consapevolezza di poter scegliere e di tornare a sentirci pienamente vive.