Per sei anni sono stato un istruttore militare: ho addestrato mentalmente e fisicamente oltre duemila ragazzi, imparando sul campo quanto la mente possa fare la differenza tanto quanto il corpo. Eppure, in quello stesso periodo, ho attraversato una fase personale molto intensa, durante la quale sentivo la difficoltà di andare fino in fondo con me stesso e di guardare davvero dentro chi ero.
A aiutarmi a uscire da quella stasi è stato il viaggio: ho visitato più di cinquanta Paesi, coltivando il valore della curiosità come bussola. Quei viaggi mi hanno spinto a intraprendere un percorso di crescita personale che mi ha permesso di guardare in faccia anche le mie parti più buie, senza scappare. Da lì ho scelto di riprendere a studiare con un obiettivo chiaro: trasformare ciò che avevo compreso in una nuova professione, quella di mental coach sportivo.
Oggi il mio lavoro con gli atleti nasce esattamente da quella sintesi: aiutarli a far ardere la propria fiamma interiore e ad andare fino in fondo al proprio sogno, invece di accontentarsi o fermarsi davanti alla paura.
Porto avanti questo impegno anche fuori dal contesto lavorativo: sono un nuotatore di endurance in acque libere e ho affrontato sfide estreme come la traversata dello Stretto di Messina e la traversata di 36 km da Ponza al Circeo.
Sono esperienze che mi ricordano ogni volta cosa significhi rimanere focalizzati e fedeli a un obiettivo quando la fatica si fa sentire la stessa attitudine che chiedo, ogni giorno, agli atleti che accompagno.