Da bambina, ho avuto una maestra che mi faceva sentire incapace. Amavo lo sport e a 10 anni ho iniziato a praticare il nuoto sincronizzato a livello agonistico. Lei non mi ha mai sostenuta, anzi, diceva a mia madre che non avrei potuto fare sport a quel livello e studiare contemporaneamente. Gli ultimi due anni delle elementari li ho passati con un senso di oppressione ogni volta che andavo a scuola. Mi sentivo incompresa e inferiore rispetto ai miei compagni.
Nel nuoto sincronizzato mi impegnavo tantissimo, ma la selezione era dura, anche a livello fisico. Me la cavavo bene nelle gare, ma per le mie allenatrici ero troppo grassa rispetto alle altre. Non ho mai mollato, ma quel senso di vuoto cresceva. Dopo essere stata bocciata al primo anno del liceo classico e l'ennesimo "devi dimagrire ancora", ho deciso di cambiare vita. Ho scelto un liceo con materie pedagogiche e psicologiche e ho lasciato l'agonistica, continuando però ad allenarmi in una squadra meno competitiva quattro volte a settimana.
Studiando ciò che mi piaceva, sono diventata la prima della classe e in piscina finalmente mi valutavano per le mie capacità tecniche, non per il fisico. Anche durante la carriera scolastica e universitaria ho incontrato persone che cercavano di farmi sentire incapace, ma ho continuato a perseguire i miei obiettivi.
Ora, ho scelto di aiutare i ragazzi a superare situazioni che sembrano insormontabili, soprattutto da piccoli. Ho capito che sono io la persona che deve far loro capire che nulla è impossibile e che nessuno può decidere per noi chi vogliamo diventare. Parlare con i genitori può essere difficile, e per questo è importante la mia figura: per ascoltare, comprendere e guidare i ragazzi sulla loro strada.